Di una sacra rappresentazione
sulla Passione e Morte di Gesù, istituita a Trapani nel secolo
XVI della Confraternita del Sangue di Cristo e denominata “
Las Casazas “, ci danno sicura notizia le antiche
cronache. L’usanza fu certamente importata dalla Spagna, come
dice il nome, ancora oggi vivo in qualche regione d’Italia nella
forma “casavccie” o “ Casazze“
. Nel secolo XVII la Confraternita del Sangue di Cristo si fuse con
quella di S. Michele, che volle dare alle manifestazioni della Settimana
Santa maggior lustro e decoro, so-stituendo alle scene animate e parlate
una solenne processione di gruppi statuari, ispirati alla narrazione
evangelica. Furono così costruiti i primi “ Misteri ”;
ed il vivo consenso che l’iniziativa riscosse presso il popolo
incoraggiò i confratelli a continuarla e a completarla. La
processione pertanto si andò arricchendo nel corso dei secoli
di nuovi gruppi, finché nel ‘700 raggiunse la consistenza
attuale.
Trapani fu in quei tempi una vera fucina di artisti valorosi quanto
modesti, che in numerose botteghe d’arte si dedicarono alla
scultura e all’intaglio, adoperando materiali di poco pregio
quali il legno e la tela e colla, od altri più pregiati come
l’avorio, il corallo o addirittura i metalli preziosi.
Le opere di questi genialissimi artigiani furono largamente conosciute
in Italia e all’estero; nel Museo di Monaco di Baveria si conservano
mirabili “Pastori del Presepio” scolpiti dai trapanesi
Tipa e Matera. Alcuni di tali “ maestri d’arte ”
furono dei veri capiscuola, ed ebbero nelle loro botteghe numerosi
discepoli. I nomi di molti di essi sono ancora vivi: ricordiamo, fra
i più noti, Leonardo Bongiorno, Stefano Bartolotta, Annibale
Scudaglio, Pietro Orlando (autore del superbo armadio in legno custodito
nella Sacrestia della chiesa del Colleggio), i fratelli Tipa e Matera
dinanzi nominati, il Pecorella, ed ancora i fratelli Antonio, Domenico
e Francesco Nolfo, Baldassere Pisciotta Giuseppe Millanti o Milanti,
Mario Ciotta, Giacomo Tartaglia.
A questi ultimi appunto fu affidata la costruzione dei gruppi dei
Misteri; ed essi assolsero il loro compito con grande scrupolo,
ispirandosi fedelmente al racconto dei Vangeli e compiendo ad un
tempo opera d’arte e di identificazione religiosa.
Gli umili artefici del legno e della “ tela e colla ”
seppero trasformarsi, per una sorta di miracolo operato da una fede
sincera e profonda, in autentici artistici e riusciranno ad imprimere
nelle loro creazioni il segno dell’immortalità.
I maglifici gruppi furono custoditi in apposite nicchie, praticate
nella seconda chiesa dell’oratorio di S. Michele che le Maestranze
devote avevano fatto costruire a proprio spese. La Confraternita infatti
aveva affidato ai vari “ ceti ” o categorie economiche
cittadine (orefici, pescatori, ortolani, fabbri, naviganti, fruttivendoli,
sensali e crivellatori di cereali, muratori e scalpellini, mugnai
e fornai, macellai, bottai, falegnami e carpentieri, funai e canapai,
sarti, salinai, pastai) la cura dei singoli Misteri, mentre il gruppo
dell’Ascesa Al Calvario veniva assegnato all’interno popolo
(ne curarono però l’escuta i vinattieri, i car-rettieri
e gli agricoltori) e la statua dell’Addolorata, che chiude la
processione fu attribuita alla Nobiltà, che poi la cedette
ai propri camerieri e cocchieri. (La bella tradizione si perpetua
ancora oggi, ma alcune categorie, decadute dall’antica floridezza,
hanno dovuto lasciare ad altre il loro “ Mistero ”).
Quando poi la Confraternita di S. Michele fu dichiarata laica, cioè
verso il 1870, i “ ceti ” fecero istanza
al “ Senato ” della città perché assumesse
la tutela dei sacri gruppi e ne organizzasse la processione .
La proposta fu accolta, e da allora la manifestazione assunse a
tal grado di imponenza e di bellezza da farle ottenere – dicono
le cronache del tempo – “ l’ammirazione dei forestieri
e il compiacimento dei paesani ”.
Durante la seconda guerra mondiale, in seguito ad un borbandamento
aereo, la chiesa di S. Michele crollò ed alcuni gruppi furono
gravemente danneggiati. I Misteri superstiti vennero prima accolti
nella chiesa della Badia Grande, poi in quella del Collegio e successivamente
in quella del Purgatorio dove in atto si trovino. Si provvedeva
intanto, ad ini-ziativa e a spese delle Maestranze e coi contributi
del Comune e della Regione, al restauroi o alla ricostruzione dei
gruppi mancanti. Risorsero così alla vita dell’arte
e della fede “ La lavanda dei piedi “ (restaurotore
il prof. Domenico Li Muli), “ La coronazione di spine “
(Cafiero), “ La ferita al costato “ (Cafiero), “
La deposizione “ (restauratori i proff. Alberto Fodale e Leopoldo
Messina), “ Il trasporto “ (Cafiero).
I valorosi artisti incaricati della ricostruzione utilizzarono tutti
i frammenti rinvenuti fra le macerie, sforzandosi di conservare
alle opere restaurate lo stile originario; unica ecce-zione a questo
criterio il totale rifacimento del gruppo d’autore ignoto
raffigurante la sollevazione della Croce, che era artisticamente
fra i meno felici, anche perché nel corso dei secoli era
stato più volte danneggiato e ritoccato da restauratori incompetenti;
vi si notavano perciò gravi sproporzioni, difetti di modellazione,
errori anatomici, e la stessa figura del Cristo era piccola e quasi
scheletrica.
Il prof. Domenico Li Muli, a cui fu dato l’incarico di costruire
il nuovo gruppo, volle creare un’opera essenzialmente sua, conciliando
la tradizione con la modernità, ed ispi-randosi liberamente
ben noti esempi classici; ma il “ Mistero” da lui scolpito,
nonostante la notevole validità artistica che gli fu quasi
unanimemente riconosciuta, apparve subito totalmente estraneo all’armonioso
organismo della processione. Lo stesso Li Muli scolpì poi un’altra
“ Sollevazione della Croce”, più fedele allo schema
e al modello del gruppo perduto, ma non riuscì ad evitare del
tutto quell’anacronismo che era stato rimproverato alla sua
opera precedente.
La figura che gli autori dei “ Misteri ” modellarono con
più amorosa cura è quella del Cristo, presente nei diciotto
gruppi che ne rievovano la Passione, oltre che nell’urna del
Sepolcro. Dall’uno all’altro “ Mistero ” il
bel volto del Redentore è atteggiato in mopdo sempre nuovo,
a seconda dei diversi stati d’animo che esprime: pieno di infinita
tristrezza ne “ La separazione ”, di sublime umiltà
ne “ La lavanda dei piedi ”, di soave accorramento nel
colloquio con l’angelo all’orto di Getsemani, di mansueto
dolore ne “ l’arresto ”, di inaudi-ta sofferenza
e truttavia di celestiale rassegnazione ne “ La caduta al Cedron
”. Artistica-mente meno felice nel gruppo di autore ignoto “
Gesù dinanzi ad Hannan ”, per certo at-teggiamento di
sfida che contrasta col carattere del Cristo e con lo spirito dell’episodio
evamgelico cui la scena di riferisce, l’espressioene del volto
dell’Uomo – Dio torna a farsi piena di rassegnata dolcezza,
di compatimento e di perdono nel gruppo del “ La negazione “;
mite e ragale ad un tempo è nella bellissima composizione che
raffigura il colloquio con Erode Antipa; spirante strazio e spasimo
per l’atroce supplizio ne “ La flagellazione “,
ne “ La coronazione di spine “, “ nell’Ecce
Homo ”, ne “ La sentenza “. Grondante di sudore
e di sangue e coi begli occhi levati al cielo ci appare poi il viso
del Redentore ne “ L’ascesa al Calvario “; atteggiato
ad un pacato ma intenso dolore ne “ La spogliazione “.
Un vero capolavoro è il Cristo crocifisso de “ La ferita
al costato “: il suo capo si è già reclinato nell’abbandono
della morte, e sul volto sanguinante si è diffusa una grande
pace. Questa stessa dolcissima espressione di pace e di serenità
è nel Cristo de “ La deposizione “ ed in quello
de “ Il trasporto al Sepolcro “. Sommariamente modellato
è, invece, il Cristo morto custodito nell’urna, anch’esso
opera di un ignoto artigiano.
La figura della Vergine Madre appare solo in quattro dei diciotto
gruppi dei Misteri: “ La separazione “, “La ferita
al costato “, “ La deposizione “ e “ Il
trasporto al sepolcro “.
Tutti gli artisti ne resero in modo mirabile la sublime bellezza
e interpretarono come meglio non si potrebbe lo strazio del suo
cuore piagato, dal Ciotta che la raffigurò col volto atteggiato
a profonda mestizia nel momento del distacco, ai fratelli Nolfo,
al Milanti, al Tartaglia che la effigiarono in atto di inducibile
dolore dinanzi al figlio morto, sia che ne contempli il corpo sanguinate
inchiodato sulla croce, sia che pianga desolatamente tendendo la
mano verso di lui, come per accarezzare i biondi capelli, dopo la
deposizione, o reggendo un lembo della sacra sindone durante il
trasporto alla tomba apprestata da Giuseppe d’Arimatea.
Il dolore di Maria ha sempre però, nei gruppi che abbiamo
ricordati, una divina compostezza che ci ricorda le parole de “
La passione “ manzoniana:
“ E tu, Madre, che
immota vedesti un tal figlio morir sulla Croce….
”.
In siffatto atteggiamneto di infinito
ma composto dolore, col viso celestiale inondato di la-crime e gli
occhi rivolti al cielo, il Milanti raffigurò Maria Santissima
anche nella meravigliosa statua dell’Addolorata che chiude
la processione dei Misteri.
Altre figure femminili troviamo nella grondiosa “ sacra rappresentazione
“: quella dell’ancella ne “ La negazione “,
quella della pia donna che asciuga il volto di Gesù ne “
L’ascesa al Calvario “ e quella di Maria Maddalena negli
ultimi tre gruppi ( “ La ferita al costato “, “
la deposizione “ e “ il trasporto al sepolcro “).
Ognuna doi esse ha una particolare caratteristica: atteggiata a
pettegola curiosità l’ancella che interroga Pietro,
commossa e pur rapita in amorosa contemplazione la pia donna, straziata
dall’angoscia e disfatta dal dolore la Maddalena.
Particolare cura glia autori dei Misteri dedicarono anche alla modellazione
degli altri personaggi sacri, dei sacerdoti, dei dignitari, dei
sovrani. Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù, è
un bel giovane dal volto soavemente mesto, come di chi presagisce
dapprima e poi vive intensamente la grande tragedia; Pietro ci appare
in attegiamento di amore, devozione, turbamento ne “ La lavanda
“, placidamente addormentato nell’orto di Getsemani
assieme a Giacomo e Giovanni, fremente di sdegno nell’atto
di ferire Malco al momento dell’arresto del Maestro, timido
e triste nel gruppo “ La negazione “.
Il Pontefice Hannan, il re Erode, Ponzio Pilato sono effigiati in
atteggiamenti solenni e dignitosi: severo e inquisitore il sommo
sacerdote, indifferente e quasi beffardo il Tetrarca, pensoso e
turbato il Preside romano.
C’è poi la gamma dei personaggi minori (i centurioni,
i soldati, gli aguzzini, i servi di Sinedrio) la cui sbrigliata
fantasia degli artisti trovò modo di sbizzarrirsi attraverso
gustose figurazioni che vanno dal comico al grottesco, dall’orrido
al caricaturale. Si vedano le mostruose e quasi diaboliche grinte
dei soldati ne “ L’arresto “, ne “ La caduta
al Cedron “, ne “ La flagellazione “, nel ”
Ecce homo “; si veda l’espressione schernitrice del
Giudeo ne “ La coronazione di spine “; si osservi soprattutto
la figura dello spogliatore nel quattordicesimo gruppo.
Siamo in presenza di un’arte essenzialmente popolaresca, che
dovette spesso trarre ispirazione dalla realtà: certe fisionomie,
infatti, non ci sono nuove; ognuno di noi ricorda di aver visto,
nella sua più o meno lontana fanciullezza, volti di vecchi
pescatori e artigiani stranamente rassomiglianti a quelli di alcuni
“ giudei “ scolpiti dagli autori dei Misteri. Ci sarebbe
da ricostruire, attraverso un attento esame di queste opere, una
interessante iconografia di tipi e figure di popolani trapanesi
degli scorsi secoli.
Ma il pregio artistico dei Misteri non consiste soltanto nell’espressione
dei volti e nell’atteggiamento delle figure e nel panneggio
delle vesti, ma anche nella disposizione dei personaggi, che compongono
sempre scene armoniose, animate, piene di naturalezza e di vita.
Ciò è tanto più significativo in quanto i nostri
Ciotta, Nolfo, Milanti, Pisciotta, Tartaglia non si ispirarono a
quadri celebri e non riprodussero opere d’arte preesistenti,
ma furono completamente origianle nella concezione e nella esecuzione,
procurando solo, come già dicemmo, di mantenersi fedeli ai
testi evangelici ed obbedendo al loro buon gusto ed al loro innato
senso della proporzione e della prospettiva. A testimonianza di
tale buon gusto e della perfezione raggiunta dall’artigianato
trapanese di quei tempi stanno anche i magnifici rivestimenti argentei
(elmi, corazze, tracolle, spade, diademi, croci, ecc.) che le maestranze
custodiscono gelosamente e di cui vengono adornati nel giorno del
Venerdì Santo.
In occasione della processione dei Misteri Trapani ritrova la sua
aanima di un tempo, quell’anima semplice, pura, vibrante di
fervida fede che nulla ha mai potuto sostanzial-mente modificare
anche se quanche cosa alla superfice è cambiata e se i nuovi
tempui, col loro ritmo convulso e con l’esasperante trionfo
della più sfrenata sensualità e della fatuità
più banali, hanno poituto dare un diverso indirizzo agli
interessi ed agli orientamenti del nostro popolo. Ma durante la
notte tra il Venerdì e il Sabato Santo scompaiono, come per
un impproviso miracolo, tutte le artificiose sovrastrutture, ed
i Trapanesi di oggi tornano ad essere quelli di ieri o del secolo
scorso o di due secoli fa; vecchi e giovanissimi si accorgono con
sopresa che più nulla li divide, che le loro menti formulano
gli setssi pensieri, che i loro cuori vibrano dell’identica
commozione, che le loro labbra momorano le medesime preghiere.
Gli incappucciati in tunica rossa che aprono la sfilata, i massari
che imprimono alle vare il caratteristico dondolio, le innumerevoli
donne che seguono scalze il gruppo dell’Ascesa al Calvario,
le lunghe teorie degli artigianiin abito nero che precedono il simulacro
dell’Addorolata, le bande musicali che intuonano dolcissime
e patetiche marce funebri, sembrano venir fuori dalle pagine di
un passato recente ed antico, di una storia sempre uguale. Perciò
la processione dei Misteri ci sembrava veramente al suo posto soprattutto
nelle strade anguste e un pò tortuose della città
vecchia, dove i diademi dei Cristi e delle Madonne e le lance dei
Centurioni e dei Giudei toccano quasi i balconi gremiti di fedeli
genuflessi ed i ceri delle bare gettano riverberi rossastri sui
muri delle case e sulla folla estatica, e le facciate degli edifici
vetusti su cui il tempo ha disteso la sua patina dorata o grigia
fanno sfondo agli episodi della Passione, in una dolce atmosfera
di intimità e di raccoglimento, che fa di ogni viuzza una
casa od una chiesa.
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